
Questo post è l'undicesimo di una serie dedicata all'ultimo libro di Richard Dawkins, "The God Delusion" (L'illusione di Dio). Per visualizzare tutti i post della serie, cliccate sull'etichetta "L'illusione di Dio", nella colonna laterale del blog.
Il grande esperimento della preghiera
Uno studio applicato divertente, e forse un po' patetico, è il Grande Esperimento Della Preghiera: pregare aiuta i pazienti a guarire? È comune rivolgere preghiere alle persone malate, sia in privato sia in luoghi formali di culto. Il cugino di Darwin, Francis Galton, fu il primo ad analizzare scientificamente se pregare per le persone sia efficace. Egli notò che ogni domenica, in tutte le chiese della Gran Bretagna, intere congregazioni pregavano pubblicamente per la salute della famiglia reale. Non dovevano allora costoro essere straordinariamente in salute, comparati con il resto di noi, che riceviamo soltanto le preghiere dei nostri cari e delle persone a noi più vicine? [..] Galton esaminò la cosa, e non trovò alcuna differenza statistica. Le sue intenzioni, in ogni caso, potrebbero essere state satiriche, come anche quando egli pregò in favore di pezzi di terra scelti a caso per vedere se le piante sarebbero cresciute più velocemente (non fu così).
Più recentemente, il fisico Russel Stennard (uno dei tre ben noti scienziati religiosi della Gran Bretagna, come vedremo) si è dedicato ad un'iniziativa, finanziata -- naturalmente -- dalla Templeton Foundation, per testare sperimentalmente la proposizione che pregare per i pazienti malati migliora la loro salute.
Tali esperimenti, se fatti correttamente, devono essere "ciechi" in entrambe le direzioni, e questo standard è stato osservato rigorosamente. I pazienti erano assegnati rigorosamente a caso ad un gruppo sperimentale (che riceveva preghiere) o a un gruppo di controllo (che non riceveva alcuna preghiera). Non era permesso né ai pazienti, né ai loro dottori o curatori, né agli sperimentatori, di sapere quali pazienti ricevevano preghiere e quali erano "di controllo". Quelli che facevano le preghiere dovevano sapere i nomi degli individui per cui stavano pregando -- altrimenti, in che senso essi avrebbero pregato per loro invece che per qualcun altro? Ma si fece attenzione a dire loro solo il nome di battesimo e la lettera iniziale del cognome. A quanto sembra, questo doveva bastare per permettere a Dio di identificare il giusto letto di ospedale.
L'idea stessa di fare questo tipo di esperimenti è aperta ad una generosa quantità di ridicolo, ed il progetto l'ha in effetti ricevuta.
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Il team di ricercatori proseguì valorosamente, ignorando la derisione, spendendo 2.4 milioni di dollari dei soldi della fondazione Templeton [nota mia: sempre meglio che i soldi di tutti i contribuenti, come avviene in Italia per mezzo dell'8 per 1000] sotto la guida del dottor Herbert Benson, cardiologo all'Istituto Di Medicina Mentale E Corporea vicino Boston. Le affermazioni precedenti del dottor Benson nella conferenza stampa erano state... [..]
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I risultati, riportati sull'American Heart Journal di aprile 2006, furono chiari. Non c'era differenza tra quei pazienti per cui si pregava e quelli per cui non si pregava. Sorpresa. C'era invece differenza tra quelli che sapevano che si pregava per loro e quelli che non sapevano se si pregasse o no; ma andava nella direzione sbagliata. Quelli che sapevano di essere i beneficiari delle preghiere soffrivano di molte più complicazioni di quelli che non lo sapevano. Forse che Dio si stesse vendicando, per mostrare la sua disapprovazione dell'intera impresa? Sembra più probabile che quei pazienti che sapevano che si pregava per loro subissero uno stress aggiuntivo in conseguenza di ciò: "ansia da prestazione", come gli sperimentatori dissero.
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Non sarà per il lettore una sorpresa che questo studio abbia ricevuto l'opposizione dei teologi, forse timorosi che avrebbe potuto mettere in ridicolo la religione. Richard Swinburne, teologo di Oxford, scrivendo dopo il fallimento di questo studio, obiettò adesso sostenendo che Dio risponde alle preghiere solo se vengono offerte per buone ragioni. [..] In seguito Swinburne cercò di giustificare la sofferenza in un mondo dominato da Dio:
La mia sofferenza mi fornisce l'opportunità di mostrare coraggio e pazienza. A voi fornisce l'opportunità di mostrare compassione e di aiutare ad alleviare la mia sofferenza. E fornisce alla società un'opportunità di scegliere se investire o non investire un sacco di soldi cercando di trovare una cura per questa o quella particolare sofferenza... sebbene un Dio buono si rammarichi della nostra sofferenza, la sua più grande preoccupazione è sicuramente che ognuno di noi mostri pazienza, compassione e generosità e, quindi, produca un personaggio santo.
Alcune persone hanno un assoluto bisogno di essere malate, per il loro bene, ed altre hanno bisogno di essere malate per invitare altri a fare importanti scelte. Solo in questo modo alcune persone possono essere incoraggiate a fare scelte serie su che tipo di persona vogliono essere. Per altre persone, la malattia non ha un così grande valore.
Questo grottesco pezzo di ragionamento, così dannatamente tipico della mentalità teologica, mi ricorda un'occasione in cui ero in una trasmissione televisiva con Swinburne ed anche con il nostro collega di Oxford, il professor Peter Atkins. Swinburne a un certo punto tentò di giustificare l'Olocausto dicendo che dava agli ebrei un'opportunità meravigliosa per mostrarsi coraggiosi e nobili. Peter Atkins rispose splendidamente con un ringhio "che Lei possa marcire all'inferno".
Un altro tipico esempio di ragionamento teologico appare più avanti nell'articolo di Swinburne. Egli fa notare giustamente che se Dio volesse dimostrare la sua stessa esistenza troverebbe dei modi migliori di alterare leggermente le statistiche di guarigione di pazienti malati di cuore. Se Dio esistesse e volesse convincerci di ciò, potrebbe "riempire il mondo di super miracoli". Ma subito dopo Swinburne ci regala questa gemma: "C'è comunque moltissima evidenza dell'esistenza di Dio, e troppa evidenza potrebbe essere un male per noi". Troppa evidenza potrebbe essere un male per noi! Leggetelo di nuovo. Troppa evidenza potrebbe essere un male per noi. Richard Swinburne è il possessore di una delle più prestigiose cattedre di teologia della Gran Bretagna, ed è Fellow della British Academy. Se state cercando un teologo, non ce ne sono di più accreditati. Pensandoci bene, forse non volete un teologo.
Swinburne non fu l'unico teologo a sconfessare lo studio dopo che fu fallito. [... il reverendo Lawrence si disse lieto del risultato negativo, per il bene dei medici]: "Recentemente, un mio collega mi ha raccontato di una donna devota e bene istruita che accusò un medico di negligenza nel trattamento di suo marito. Ella accusava il medico di non aver pregato per suo marito negli ultimi giorni della sua vita".
Altri teologi si unirono agli scettici ispirati dalla teoria NOMA [vedete il post precedente] dicendo che studiare le preghiere in questo modo è uno spreco di denaro perché le influenze soprannaturali sono per definizione oltre la portata della scienza. Ma, come la fondazione Templeton correttamente comprese quando finanziò lo studio, i presunti poteri della preghiera sono almeno in linea di principio dentro la portata della scienza. Si poteva fare un esperimento con due gradi di cecità e fu fatto. Avrebbe potuto portare un risultato positivo. E se lo avesse portato, riuscite a immaginare un solo difensore della religione che lo liquidasse dicendo che la ricerca scientifica non ha rilevanza sulle questioni religiose? Naturalmente no.
Inutile dirlo, i risultati negativi dell'esperimento non scuoteranno il fedele. Bob Barth, direttore spirituale del ministero di preghiera del Missouri, che fornì alcune delle preghiere dell'esperimento, disse: "una persona di fede direbbe che questo studio è interessante, ma preghiamo da molto tempo ed abbiamo visto che le preghiere funzionano, sappiamo che funzionano, e la ricerca sulla preghiera e la spiritualità è appena all'inizio". Già, proprio così: sappiamo dalla nostra fede che le preghiere funzionano quindi, se l'evidenza non riesce a dimostrarlo, continueremo semplicemente a provare finché non otteniamo il risultato che vogliamo.
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