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Il Lume Rinnovato
Nel nuovo blog trasferirò gradualmente tutte le traduzioni più importanti, rivedute ed ampliate.
Sto inoltre lavorando ad una raccolta di tutte le traduzioni in formato PDF, quindi molto più facile da stampare, distribuire e leggere offline.
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Ci vediamo là!
martedì 26 giugno 2007
sabato 23 giugno 2007
"Gli atei sono intolleranti, arroganti e dogmatici"

Questo è il secondo episodio di una serie dedicata al dibattito pubblico tra Sam Harris e Chris Hedges, organizzato dalla rivista online Truthdig, intitolato "Religione, politica e la fine del mondo". Il filmato e l'audio in inglese sono disponibili qui.
Incipit di Sam Harris (seguito)
Ho parlato dei problemi di sostenere la verità della religione e dei problemi di sostenere l'utilità della religione. L'ultimo modo di difendere la religione è essenzialmente attaccare l'ateismo come un'altra religione: è intollerante, è dogmatico, è arrogante.
Ok, diciamolo chiaramente: gli ebrei, i cristiani e musulmani affermano che i loro libri sacri sono così profondi che devono essere stati scritti sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente qualcuno che ha preso in considerazione questa affermazione, ha letto i libri in questione, ed ha concluso che l'affermazione è ridicola. [Il pubblico ride].
[L'ateo non è dogmatico, perché essere dogmatici significa assumere qualcosa senza evidenza sufficiente]. E non c'è niente che debba essere assunto senza evidenza sufficiente, per poter respingere l'idea del Dio biblico. Forse che noi abbracciamo un dogma quando liquidiamo Zeus, Poseidone e Apollo come delle assurdità? Siamo forse dogmatici quando ignoriamo tutte le migliaia di Dei morti, che oggi giacciono sepolti in quella pagliacciata che chiamiamo mitologia? E' forse dogmatico dubitare che l'Iliade e l'Odissea siano stati scritti dal creatore dell'universo? Questo non è dogmatismo. Come disse Carl Sagan, "le affermazioni straordinarie richiedono evidenza straordinaria". Ed è tutto ciò che serve per essere atei. Tutto qui.
C'è un'altra tendenza correlata a dire che l'ateismo è arrogante, o che la scienza in generale è arrogante, nel liquidare la religione. Questo argomento riverbera incessantemente nell'ecosistema dei discorsi religiosi in America. Questo è davvero ironico. E' profondamente ironico vedere delle persone religiose, che decantano continuamente la propria umiltà [il pubblico ride], e contemporaneamente con incredibile sicumera fanno affermazioni sulla cosmologia, sulla fisica, sull'astronomia, sulla geologia, sulla biologia e sulla paleontologia, che nessuno scienziato si permetterebbe mai di fare. [Quanto è UMILE questo atteggiamento? Quanto è umile affermare di sapere con certezza cose contrarie all'evidenza? NdM].
Il 53% degli americani a quanto pare prende alla lettera il resoconto della creazione che si trova nella genesi. Ma anche solo se gli desse una minima dignità, come se fosse in qualche modo informativo... [il pubblico ride]... Ogni persona che fa questo sta essenzialmente dicendo a persone come Stephen Hawking qualcosa tipo "Piccolo Stephen, sei una personcina intelligente... [il pubblico ride]... Vedo che hai tante belle equazioni sul tuo quadernino [il pubblico ride]... ma non sai abbastanza di cosmologia, perché, sai, QUI C'E' SCRITTO che Dio ha fatto tutto questo in sei giorni, e si è riposato il settimo. È vero, potrebbe essere una metafora, ma è a me non sembra che tu ti stia concentrando abbastanza sulla sua sottigliezza". Essenzialmente stanno dicendo a gente come Richard Dawkins, o Robert Trivers, o qualunque biologo evoluzionista, "Parli sempre di questo Dna, dei fossili, della datazione al carbonio radioattivo, ma... come posso dire... QUI C'E' SCRITTO [il pubblico ride] che l'uomo è stato creato in un atto di creazione separata. Dovresti veramente rifletterci su. Riflettici. [Il pubblico ride]"
Questo genere di arroganza compassata sarebbe anche divertente, se non avesse un effetto così disastroso, e non stesse impedendo l'insegnamento della scienza in questo paese. Il 30% dei biologi non menzionano neppure l'evoluzione, per la paura di dover avere a che fare con gli isterismi religiosi degli studenti e dei loro genitori. Questo significa davvero impedire la ricerca medica. Significa davvero erodere il prestigio degli Stati Uniti agli occhi del resto del mondo. Avete visto tutti il recente dibattito tra i candidati repubblicani alla presidenza. Quando fu chiesto loro "quanti di voi rifiutano l'evoluzione?", si sono alzate tre braccia. [Il pubblico ride]. Voglio dire, questo è sconcertante. Queste persone sono candidate alla carica più alta nel nostro paese. Stanno per avere più potere e responsabilità di quanta ne abbia mai avuta qualunque persona nella storia dell'umanità. [Il pubblico smette di colpo di ridere.]
Per ricapitolare, lasciatemi dire solo che niente di ciò che ho detto dovrebbe essere considerato una negazione dell'importanza dell'etica nella nostra vita, e neppure dell'importanza dell'esperienza spirituale. Puoi essere una persona profondamente dedicata a trasformare la tua percezione temporale del mondo, ed usare tecniche come la meditazione e il digiuno; puoi andare a vivere in una caverna per un anno ed essere un mistico, se vuoi. Niente di tutto questo richiede che tu creda qualcosa senza evidenza sufficiente. E niente di tutto questo richiede che mentiamo a noi stessi, o ai nostri figli, circa lo stato della nostra conoscenza nel mondo.
E il problema principale che io ho con la religione è che qualunque tipo di religione, non importa se moderata o fondamentalista, si pone come un continuo ostacolo alla possibilità di sviluppare una discussione davvero razionale, moderna, dall'esito non predeterminato, sulla natura della nostra soggettività, e sulla possibilità dell'etica e della spiritualità. Ogni persona religiosa che resta attaccata al cristianesimo, all'ebraismo o al buddhismo, sta essenzialmente dando un tacito sostegno alle divisioni religiose nel nostro mondo, e sta dicendo essenzialmente che noi abbiamo _bisogno_di una certa quantità di mitologia, che abbiamo bisogno di una certa quantità di favole, che abbiamo bisogno di fingere di sapere cose che non sappiamo. È questo è semplicemente falso. Credo sia abbastanza per cominciare. Grazie. [applausi]
Dibattito tra Sam Harris e Chris Hedges
Questo è il primo episodio di una serie dedicata al dibattito pubblico tra Sam Harris e Chris Hedges, organizzato dalla rivista online Truthdig, intitolato "Religione, politica e la fine del mondo". Il filmato e l'audio in inglese sono disponibili qui.
Incipit di Sam Harris
Tendo ad iniziare ogni discorso su questo argomento con delle scuse, perché sto per dire cose molto severe sulla religione [il pubblico ride]; credo che non potrò evitare di offendere qualcuno in questa stanza, perché viviamo in un paese dove il 90% delle persone affermano di credere nel Dio biblico. Voglio solo assicurarvi sin da subito che non sono deliberatamente provocatore. Lo scopo non è offendervi. E certamente non è lo scopo dei miei libri. Sono soltanto estremamente preoccupato dal ruolo che la religione sta giocando nel nostro mondo. Credo che la religione sia l'ideologia più pericolosa e fonte di divisioni che abbiamo mai ideato. E questo mi tiene sveglio la notte. Sin dall'11 settembre, in cui abbiamo visto questi 19 uomini che si sono schiantati con degli aerei, e ci hanno mostrato quanto può essere "socialmente benefica" la certezza religiosa, ho sostenuto che il ruolo della religione nella nostra società è negativo, e sono giunto a comprendere che ci sono solo tre modi di ergersi a difensori della religione. Non ce ne sono 100, solo tre. O una persona sostiene che una certa religione è vera, oppure sostiene che la religione in generale è utile, così utile che potrebbe essere necessaria, oppure attacca l'ateismo dicendo che è essenzialmente un'altra religione, che è dogmatico, intollerante, irrazionale o comunque degno di disprezzo. Per cui voglio separare queste tre modalità di difesa della religione, perché qualunque conversazione tra un credente e un non credente tende a incanalarsi in una di queste tre strade.
Prima cominciamo con questa affermazione che una delle nostre religioni sia vera. Ci sono almeno due problemi in questa posizione. Il primo è che le religioni non possono essere tutte vere. Questa cosa ci è stata fatta notare da Bertrand Russel cent'anni fa. Ma anche se sapessimo che una delle nostre religioni è perfettamente vera, cioè se sapessimo che la vita è in realtà un esame a crocette creato da Dio (A ebraismo, B cristianesimo, C Islam) [il pubblico ride]... anche se sapessimo che una è perfetta, allora, data l'impressionante profusione di dottrine disponibili, e la loro mutua incompatibilità, ogni credente dovrebbe aspettarsi la dannazione per un semplice fatto di probabilità. [Il pubblico ride]. A me sembra che questo debba dare alle persone religiose un attimo di ripensamento. Non succede mai, ma dovrebbe.
Ma il problema più profondo nell'affermare che una certa religione è vera è che l'evidenza in favore delle religioni è inesistente o pessima. E questo riassume tutte le affermazioni sull'esistenza di un Dio dotato di personalità, sull'origine divina di certi libri, sulla nascita da una vergine di certe persone [il pubblico ride], sulla veridicità di alcuni antichi miracoli... Prendete il cristianesimo, per esempio. Il cristianesimo è fondato sull'assunzione che il resoconto fatto dai Vangeli dei miracoli di Gesù sia vero. So che ci sono alcuni cristiani che scuoteranno la testa qui, ma la verità è che la maggior parte dei cristiani, per la maggior parte del tempo, prendono per veri almeno alcuni di questi miracoli, il più importante dei quali sembra essere la resurrezione. Il problema è che l'unica cosa che attesta che questi miracoli siano mai avvenuti è il Vangelo. Non c'è alcuna descrizione extra-biblica di questi eventi. Tutti sono d'accordo che i Vangeli sono stati scritti molti decenni dopo gli eventi che raccontano. Il problema è che, anche se l'evidenza fosse molto migliore di così, anche se avessimo centinaia di testimonianze oculari di questi miracoli da parte di contemporanei, non sarebbe ancora abbastanza per accettare le affermazioni del cristianesimo. Perché no?
Semplicemente perché anche nel ventunesimo secolo le testimonianze di miracoli sono molto comuni. Ho incontrato letteralmente centinaia di di persone educate in Occidente, che pensano che il loro guru indiano preferito abbia poteri magici. Ci sono testimonianze dirette di miracoli. E sono molto comuni. Ci sono 'yogi' induisti, che, secondo le testimonianze, camminano sull'acqua, resuscitano i morti, volano senza l'aiuto della tecnica, leggono il pensiero, divinano il futuro. C'è Sathya Sai Baba. Tutti questi miracoli sono attribuiti anche a lui. Lui afferma persino di essere nato da una vergine, che tra parentesi non è un'affermazione rara nella storia: Gengis Khan era nato da una vergine, Alessandro magno era nato da una vergine... a quanto pare la partenogenesi non garantisce che porterai l'altra guancia [il pubblico ride].
Quindi considerate questo: Sai Baba ha questi miracoli che gli vengono attribuiti da letteralmente migliaia e migliaia di testimoni oculari ancora in vita. Ha dato una festa di compleanno qualche anno fa, e ci è andato un milione di persone. Ci sono milioni di persone che credono che sia un Dio vivente. Ora considerate, come se fosse la prima volta, l'affermazione fondamentale del cristianesimo: l'affermazione che alcune storie miracolose, del tipo che circonda Sai Baba oggi, e che non sono convincenti per nessuno tranne i suoi fedeli, diventano all'improvviso credibili in modo speciale, se le collochi nel contesto pre-scientifico e religioso dell'impero romano del primo secolo, decenni dopo il loro presunto verificarsi. I miracoli di Sai Baba non meritano neanche un'ora su Discovery Channel. Ma metti questi miracoli in un testo antico, e la metà delle persone su questo pianeta lo considerano un progetto legittimo intorno a cui organizzare la propria vita. Non c'è nessuno che vede un problema in tutto ciò? [il pubblico ride].
Quindi lasciamo perdere le questioni di verità della religione. Il secondo modo di argomentare in difesa della religione è dire che la religione è utile, così utile che potrebbe essere necessaria. Il modo più comune di sostenere la sua utilità è dire che rende morali le persone, che fornisce loro consolazione, e che dà significato alla loro vita. Ci sono vari problemi con questo. Il primo è che questi argomenti, se sono intesi come difesa dell'esistenza di Dio, sono dei 'non sequitur' totali. L'utilità della religione non dà la minima ragione di credere che Dio esista veramente. Infatti ogni religione potrebbe funzionare come un placebo: potrebbe essere completamente priva di contenuto di verità e allo stesso tempo molto utile in certe circostanze. Non c'è dubbio che alcune credenze religiose sono consolanti: idee come Dio ha un piano per me, tutto succede per una ragione... Ma il fatto che queste idee siano consolanti non conta come evidenza in favore della loro verità. E questo si vede davvero facilmente in qualunque altro argomento che non sia Dio. In verità, la natura consolatoria di queste idee non offrirebbe neanche una ragione aggiuntiva per credere in esse, se avessimo già buona evidenza in loro favore. Supponiamo che i cosmologi e i fisici un giorno ci dicessero "Siamo mortificati per il malinteso, ma risulta che Dio esiste, ed ha un piano per voi" [il pubblico ride]. Supponiamo che succeda. Ora, il fatto che questa idea sarebbe consolatoria non fornirebbe una ragione ulteriore per crederci. Se mai abbiamo fatto una conquista nella storia della nostra razionalità, è proprio questa distinzione: che c'è un mondo di differenza tra voler credere qualcosa ed avere buone ragioni per crederci. È per questo che in inglese esistono termini come "wishful thinking" [la tendenza a credere inconsciamente ciò che fa comodo e non ciò che è realistico, NdM] e "experimental bias" [tendenza a vedere soltanto gli esiti di un esperimento che confermano la propria teoria, e non quelli contrari, NdM]. È per questo che gli scienziati, quando possono, effettuano studi di controllo "a due livelli di cecità", e fanno interpretare i propri dati da altre persone. Quindi è questo il punto cruciale. Quando senti qualcuno che sostiene il legame tra la moralità e la religione, o che sostiene che la religione dà significato alla vita delle persone, questo è un argomento sulla sua utilità, non un argomento sulla possibilità che una certa dottrina religiosa sia vera.
L'altro problema nel sostenere l'utilità della religione è che i pericoli della religione sono testimoniati ormai su base quotidiana dalle esplosioni di bombe. Quanto è utile che milioni di musulmani in questo mondo credano nella metafisica del martirio? Quanto è utile che gli sciiti e i sunniti in Iraq abbiano delle divergenze religiose così accorate? Quanto è utile che così tanti coloni ebrei credano che il creatore dell'universo abbia promesso loro un fazzoletto di terra nel Mediterraneo? Quanto è stata utile l'ossessione del cristianesimo verso il sesso in queste ultime 70 generazioni?
(continua)
Incipit di Sam Harris
Tendo ad iniziare ogni discorso su questo argomento con delle scuse, perché sto per dire cose molto severe sulla religione [il pubblico ride]; credo che non potrò evitare di offendere qualcuno in questa stanza, perché viviamo in un paese dove il 90% delle persone affermano di credere nel Dio biblico. Voglio solo assicurarvi sin da subito che non sono deliberatamente provocatore. Lo scopo non è offendervi. E certamente non è lo scopo dei miei libri. Sono soltanto estremamente preoccupato dal ruolo che la religione sta giocando nel nostro mondo. Credo che la religione sia l'ideologia più pericolosa e fonte di divisioni che abbiamo mai ideato. E questo mi tiene sveglio la notte. Sin dall'11 settembre, in cui abbiamo visto questi 19 uomini che si sono schiantati con degli aerei, e ci hanno mostrato quanto può essere "socialmente benefica" la certezza religiosa, ho sostenuto che il ruolo della religione nella nostra società è negativo, e sono giunto a comprendere che ci sono solo tre modi di ergersi a difensori della religione. Non ce ne sono 100, solo tre. O una persona sostiene che una certa religione è vera, oppure sostiene che la religione in generale è utile, così utile che potrebbe essere necessaria, oppure attacca l'ateismo dicendo che è essenzialmente un'altra religione, che è dogmatico, intollerante, irrazionale o comunque degno di disprezzo. Per cui voglio separare queste tre modalità di difesa della religione, perché qualunque conversazione tra un credente e un non credente tende a incanalarsi in una di queste tre strade.
Prima cominciamo con questa affermazione che una delle nostre religioni sia vera. Ci sono almeno due problemi in questa posizione. Il primo è che le religioni non possono essere tutte vere. Questa cosa ci è stata fatta notare da Bertrand Russel cent'anni fa. Ma anche se sapessimo che una delle nostre religioni è perfettamente vera, cioè se sapessimo che la vita è in realtà un esame a crocette creato da Dio (A ebraismo, B cristianesimo, C Islam) [il pubblico ride]... anche se sapessimo che una è perfetta, allora, data l'impressionante profusione di dottrine disponibili, e la loro mutua incompatibilità, ogni credente dovrebbe aspettarsi la dannazione per un semplice fatto di probabilità. [Il pubblico ride]. A me sembra che questo debba dare alle persone religiose un attimo di ripensamento. Non succede mai, ma dovrebbe.
Ma il problema più profondo nell'affermare che una certa religione è vera è che l'evidenza in favore delle religioni è inesistente o pessima. E questo riassume tutte le affermazioni sull'esistenza di un Dio dotato di personalità, sull'origine divina di certi libri, sulla nascita da una vergine di certe persone [il pubblico ride], sulla veridicità di alcuni antichi miracoli... Prendete il cristianesimo, per esempio. Il cristianesimo è fondato sull'assunzione che il resoconto fatto dai Vangeli dei miracoli di Gesù sia vero. So che ci sono alcuni cristiani che scuoteranno la testa qui, ma la verità è che la maggior parte dei cristiani, per la maggior parte del tempo, prendono per veri almeno alcuni di questi miracoli, il più importante dei quali sembra essere la resurrezione. Il problema è che l'unica cosa che attesta che questi miracoli siano mai avvenuti è il Vangelo. Non c'è alcuna descrizione extra-biblica di questi eventi. Tutti sono d'accordo che i Vangeli sono stati scritti molti decenni dopo gli eventi che raccontano. Il problema è che, anche se l'evidenza fosse molto migliore di così, anche se avessimo centinaia di testimonianze oculari di questi miracoli da parte di contemporanei, non sarebbe ancora abbastanza per accettare le affermazioni del cristianesimo. Perché no?
Semplicemente perché anche nel ventunesimo secolo le testimonianze di miracoli sono molto comuni. Ho incontrato letteralmente centinaia di di persone educate in Occidente, che pensano che il loro guru indiano preferito abbia poteri magici. Ci sono testimonianze dirette di miracoli. E sono molto comuni. Ci sono 'yogi' induisti, che, secondo le testimonianze, camminano sull'acqua, resuscitano i morti, volano senza l'aiuto della tecnica, leggono il pensiero, divinano il futuro. C'è Sathya Sai Baba. Tutti questi miracoli sono attribuiti anche a lui. Lui afferma persino di essere nato da una vergine, che tra parentesi non è un'affermazione rara nella storia: Gengis Khan era nato da una vergine, Alessandro magno era nato da una vergine... a quanto pare la partenogenesi non garantisce che porterai l'altra guancia [il pubblico ride].
Quindi considerate questo: Sai Baba ha questi miracoli che gli vengono attribuiti da letteralmente migliaia e migliaia di testimoni oculari ancora in vita. Ha dato una festa di compleanno qualche anno fa, e ci è andato un milione di persone. Ci sono milioni di persone che credono che sia un Dio vivente. Ora considerate, come se fosse la prima volta, l'affermazione fondamentale del cristianesimo: l'affermazione che alcune storie miracolose, del tipo che circonda Sai Baba oggi, e che non sono convincenti per nessuno tranne i suoi fedeli, diventano all'improvviso credibili in modo speciale, se le collochi nel contesto pre-scientifico e religioso dell'impero romano del primo secolo, decenni dopo il loro presunto verificarsi. I miracoli di Sai Baba non meritano neanche un'ora su Discovery Channel. Ma metti questi miracoli in un testo antico, e la metà delle persone su questo pianeta lo considerano un progetto legittimo intorno a cui organizzare la propria vita. Non c'è nessuno che vede un problema in tutto ciò? [il pubblico ride].
Quindi lasciamo perdere le questioni di verità della religione. Il secondo modo di argomentare in difesa della religione è dire che la religione è utile, così utile che potrebbe essere necessaria. Il modo più comune di sostenere la sua utilità è dire che rende morali le persone, che fornisce loro consolazione, e che dà significato alla loro vita. Ci sono vari problemi con questo. Il primo è che questi argomenti, se sono intesi come difesa dell'esistenza di Dio, sono dei 'non sequitur' totali. L'utilità della religione non dà la minima ragione di credere che Dio esista veramente. Infatti ogni religione potrebbe funzionare come un placebo: potrebbe essere completamente priva di contenuto di verità e allo stesso tempo molto utile in certe circostanze. Non c'è dubbio che alcune credenze religiose sono consolanti: idee come Dio ha un piano per me, tutto succede per una ragione... Ma il fatto che queste idee siano consolanti non conta come evidenza in favore della loro verità. E questo si vede davvero facilmente in qualunque altro argomento che non sia Dio. In verità, la natura consolatoria di queste idee non offrirebbe neanche una ragione aggiuntiva per credere in esse, se avessimo già buona evidenza in loro favore. Supponiamo che i cosmologi e i fisici un giorno ci dicessero "Siamo mortificati per il malinteso, ma risulta che Dio esiste, ed ha un piano per voi" [il pubblico ride]. Supponiamo che succeda. Ora, il fatto che questa idea sarebbe consolatoria non fornirebbe una ragione ulteriore per crederci. Se mai abbiamo fatto una conquista nella storia della nostra razionalità, è proprio questa distinzione: che c'è un mondo di differenza tra voler credere qualcosa ed avere buone ragioni per crederci. È per questo che in inglese esistono termini come "wishful thinking" [la tendenza a credere inconsciamente ciò che fa comodo e non ciò che è realistico, NdM] e "experimental bias" [tendenza a vedere soltanto gli esiti di un esperimento che confermano la propria teoria, e non quelli contrari, NdM]. È per questo che gli scienziati, quando possono, effettuano studi di controllo "a due livelli di cecità", e fanno interpretare i propri dati da altre persone. Quindi è questo il punto cruciale. Quando senti qualcuno che sostiene il legame tra la moralità e la religione, o che sostiene che la religione dà significato alla vita delle persone, questo è un argomento sulla sua utilità, non un argomento sulla possibilità che una certa dottrina religiosa sia vera.
L'altro problema nel sostenere l'utilità della religione è che i pericoli della religione sono testimoniati ormai su base quotidiana dalle esplosioni di bombe. Quanto è utile che milioni di musulmani in questo mondo credano nella metafisica del martirio? Quanto è utile che gli sciiti e i sunniti in Iraq abbiano delle divergenze religiose così accorate? Quanto è utile che così tanti coloni ebrei credano che il creatore dell'universo abbia promesso loro un fazzoletto di terra nel Mediterraneo? Quanto è stata utile l'ossessione del cristianesimo verso il sesso in queste ultime 70 generazioni?
(continua)
giovedì 21 giugno 2007
Il Vangelo è testimonianza storica. Perché dubitarne?
Il commento di un lettore, Pasquale, mi offre l'occasione per mettere insieme alcuni fili conduttori interessanti ed introdurre un nuovo dialogo di Sam Harris. Pasquale mi chiedeva, nel commento in questione:
Vorrei rispondere in tre modi:
1. La prima risposta è semplicemente che, per quanto ne so, le testimonianze storiche su Giulio Cesare sono credibili. Lo stesso non si può dire di ciò che è scritto nei Vangeli su Gesù (basti pensare alla resurrezione, all'esser nato da una vergine, all'aver resuscitato delle persone, ecc).
C'è una norma di buon senso, che tutte le persone al mondo seguono nella maggior parte della propria vita, che dice che "le affermazioni straordinarie richiedono evidenza straordinaria". Se tu entri in una stanza dicendo "scusate il ritardo, ho perso l'autobus", io non ho ragione di dubitarne. Se invece entri in una stanza e dici che sei arrivato nella stanza volando, agitando le braccia come un uccello, io sono legittimato ad essere scettico. Essere scettici è l'atteggiamento "di default" verso certe affermazioni incredibilmente improbabili. E sono pronto a scommettere che anche il nostro lettore Pasquale si comporta così nel resto della sua vita.
2. Il secondo motivo è che esistono altre testimonianze storiche che contraddicono i Vangeli. Ad esempio il Corano afferma che Gesù non ebbe natura divina, e che chiunque lo pensi passerà l'eternità all'inferno. Le due testimonianze storiche sono incompatibili. Perché credere all'una e non all'altra? Perché non perdi il sonno chiedendoti se dovresti convertirti all'Islam?
Come se non bastasse, i Vangeli si contraddicono anche tra di loro, e molto spesso (il che ci dice che almeno uno afferma sicuramente il falso). Abbiamo già visto un capitolo del libro di Dawkins in proposito. Per usare le parole di Christopher Hitchens, nel suo ultimo libro "God is not great":
3. Il terzo motivo per cui non dovremmo credere alle testimonianze dei Vangeli è anche il più interessante, e lo traggo da un nuovo dialogo di Sam Harris che sto per tradurre:
Credere che sia esistito un uomo chiamato Gesù che ha fatto e detto tutto quello che di Lui è scritto non è tanto diverso dal credere che sia esistito un uomo di nome Giulio Cesare che ha fatto o detto quello che di lui è scritto. Allora perchè pensi, senza farti problemi, che tutto quello che hai imparato di Giulio Cesare è vero e tutto quello che hai imparato di Gesù Cristo sia falso?
Vorrei rispondere in tre modi:
1. La prima risposta è semplicemente che, per quanto ne so, le testimonianze storiche su Giulio Cesare sono credibili. Lo stesso non si può dire di ciò che è scritto nei Vangeli su Gesù (basti pensare alla resurrezione, all'esser nato da una vergine, all'aver resuscitato delle persone, ecc).
C'è una norma di buon senso, che tutte le persone al mondo seguono nella maggior parte della propria vita, che dice che "le affermazioni straordinarie richiedono evidenza straordinaria". Se tu entri in una stanza dicendo "scusate il ritardo, ho perso l'autobus", io non ho ragione di dubitarne. Se invece entri in una stanza e dici che sei arrivato nella stanza volando, agitando le braccia come un uccello, io sono legittimato ad essere scettico. Essere scettici è l'atteggiamento "di default" verso certe affermazioni incredibilmente improbabili. E sono pronto a scommettere che anche il nostro lettore Pasquale si comporta così nel resto della sua vita.
2. Il secondo motivo è che esistono altre testimonianze storiche che contraddicono i Vangeli. Ad esempio il Corano afferma che Gesù non ebbe natura divina, e che chiunque lo pensi passerà l'eternità all'inferno. Le due testimonianze storiche sono incompatibili. Perché credere all'una e non all'altra? Perché non perdi il sonno chiedendoti se dovresti convertirti all'Islam?
Come se non bastasse, i Vangeli si contraddicono anche tra di loro, e molto spesso (il che ci dice che almeno uno afferma sicuramente il falso). Abbiamo già visto un capitolo del libro di Dawkins in proposito. Per usare le parole di Christopher Hitchens, nel suo ultimo libro "God is not great":
I cristiani fanno l'errore di assumere che i quattro Vangeli siano in qualche modo un resoconto storico. Ma gli autori multipli dei Vangeli -- nessuno dei quali scrisse nulla fino a molti anni dopo la crocifissione -- non riescono a concordare su niente di importante. Matteo e Luca non riescono nemmeno a concordare sulla nascita da una vergine o sulla genealogia di Gesù. Si contraddicono palesemente circa la fuga in Egitto, dove Matteo dice che Giuseppe fu "avvisato in sogno" di fuggire immediatamente e Luca dice che tutti e tre rimasero a Betlemme fino alla "purificazione di Maria secondo le leggi di Mosé", il che significherebbe 40 giorni, e poi tornarono a Nazaret attraverso Gerusalemme. [..]I Vangeli sono il prodotto di una trascrizione durata generazioni, ad opera di molti "sussurratori cinesi", ognuno dei quali ne distorceva leggermente il contenuto, e ognuno dei quali aveva una propria agenda religiosa. Gli stessi vangeli sono scritti con lo scopo di far avverare profezie precedenti (discendenza da David, nascita a Betlemme, ecc), e per poterlo fare commisero forzature storiche che gli storici oggi possono verificare indipendentemente. A tale proposito rimando ancora una volta al capitolo de "l'illusione di Dio" sulle Sacre Scritture.
3. Il terzo motivo per cui non dovremmo credere alle testimonianze dei Vangeli è anche il più interessante, e lo traggo da un nuovo dialogo di Sam Harris che sto per tradurre:
Vedere anche qui.
Semplicemente perché anche nel ventunesimo secolo le testimonianze di miracoli sono molto comuni. Ho incontrato letteralmente centinaia di persone educate in Occidente, che pensano che il loro guru indiano preferito abbia poteri magici. Ci sono testimonianze dirette di miracoli. E sono molto comuni. Ci sono yogi induisti che, secondo queste testimonianze, camminano sull'acqua, resuscitano i morti, volano senza l'aiuto della tecnologia, leggono il pensiero, divinano il futuro.
Prendete ad esempio Sathya Sai Baba: anche a lui sono attribuiti tutti questi miracoli. Ed afferma anche di essere nato da una vergine, che tra parentesi non è un'affermazione rara nella storia: Gengis Khan era nato da una vergine, Alessandro magno era nato da una vergine.
Considerate: questi miracoli vengono attribuiti a Sai Baba da letteralmente migliaia e migliaia di testimoni oculari ancora in vita. Qualche anno fa ha dato una festa di compleanno e c'erano un milione di persone. Ci sono milioni di persone che credono che sia un Dio vivente.
[Allora, perché non perdi il sonno chiedendoti se dovresti convertirti al "SaiBabanesimo"? NdM].
Ora considerate, come se fosse la prima volta, l'affermazione fondamentale del cristianesimo: l'affermazione che alcune storie miracolose, del tipo che circonda Sai Baba oggi, e che non sono convincenti per nessuno tranne i suoi fedeli, diventano all'improvviso credibili in modo speciale, se le collochi nel contesto pre-scientifico e religioso dell'impero romano del primo secolo, decenni dopo il loro presunto verificarsi.
La verità è che i miracoli di Sai Baba non meritano neanche un'ora su Discovery Channel. Ma metti questi miracoli in un testo antico, e la metà delle persone su questo pianeta lo considerano un progetto legittimo intorno a cui organizzare la propria vita.
mercoledì 20 giugno 2007
Il paradosso del mimetismo

Questo è il quarto post di una serie dedicata al libro di Richard Dawkins "L'orologiaio cieco: come l'evidenza dell'evoluzione rivela un universo privo di un progettista consapevole". La traduzione del libro è mia e differisce da quella in libreria. Per visualizzare tutti i post della serie, fai clic sull'etichetta "L'orologiaio cieco" oppure sull'etichetta "evoluzione", nella colonna laterale del blog.
In questo episodio, che è uno dei più importanti, Dawkins si rivolge ad una obiezione dei sostenitori del disegno intelligente, che dice più o meno: "Il meccanismo di Darwin non può funzionare, perché afferma che le mutazioni devono essere abbastanza piccole da potersi verificare per caso, ma abbastanza grandi da dare un vantaggio di sopravvivenza. Questi due requisiti si contraddicono a vicenda. Ad esempio, come possono essersi evoluti gli insetti foglia, che si mimetizzano con le foglie? La somiglianza iniziale ad una foglia doveva essere così piccola da non dare alcun vantaggio mimetico."
La risposta di Dawkins a questo apparente paradosso è davvero illuminante. Da non perdere per nessun motivo. L'episodio è anche molto spiritoso, tra l'altro. La parola a Dawkins.

Capitolo 4 (seguito)
Questo tipo di problema ha dato da pensare a chi studia gli animali che si proteggono dai predatori mediante il mimetismo. Gli "insetti stecco" assomigliano ad un ramoscello, e in tal modo riescono a non essere mangiati dagli uccelli. Gli insetti foglia assomigliano a foglie. Molte specie commestibili di farfalle ottengono protezione grazie alla loro somiglianza con specie velenose o dannose. Queste somiglianze sono molto più impressionanti della somiglianza di una nuvola a una donnola.
Usiamo la parola mimetismo per questi casi, non perché pensiamo che gli animali imitino consciamente altre cose, ma perché la selezione naturale ha favorito quegli individui i cui corpi venivano scambiati per altre cose. Per metterla in altre parole, gli antenati degli insetti foglia che non assomigliavano a foglie non lasciavano discendenti. Il genetista tedesco-americano Richard Goldschmidt è il più noto tra coloro che hanno sostenuto che la selezione naturale non avrebbe potuto favorire l'evoluzione iniziale di queste somiglianze. Gould, che era un ammiratore di Goldschmidt, disse a proposito degli insetti che imitano gli escrementi: "Può forse esserci un vantaggio ad assomigliare al 5% a uno stronzo?". In gran parte grazie all'influenza di Gould, recentemente è diventato di moda dire che Goldschmidt fu sottovalutato durante la sua vita, e che in realtà ha molto da insegnarci. Ecco un esempio del suo modo di ragionare.
Ford parla... di qualunque mutazione che può conferire una 'remota somiglianza' ad una specie più protetta, somiglianza dalla quale potrebbe derivare qualche vantaggio, per quanto lieve. Noi dobbiamo chiederci quanto possa essere remota questa somiglianza per avere un valore selettivo. Possiamo veramente supporre che gli uccelli e le scimmie e anche le mantidi siano osservatori così mirabili (o che lo siano alcuni di loro particolarmente abili) da notare una 'remota' somiglianza e ignorare la preda a causa di questa somiglianza? Io penso che questo sia chiedere troppo.Un tale sarcasmo si rivolta contro chiunque entri in un territorio così malfermo come quello qui calcato da Goldschmidt. Osservatori mirabili? Alcuni di loro particolarmente abili? C'è qualcuno che pensa che gli uccelli e le scimmie abbiano beneficiato dall'essere ingannati dalla remota somiglianza? Semmai Goldschmidt avrebbe dovuto dire: "possiamo davvero assumere che gli uccelli siano osservatori così mediocri (o che lo siano alcuni di loro particolarmente stupidi)?".
Ciononostante, è vero che siamo in presenza di un rompicapo. La somiglianza iniziale tra l'antenato dell'insetto stecco e un ramoscello deve essere stata molto remota. Un uccello avrebbe dovuto avere una visione estremamente mediocre per esserne ingannato. Eppure la somiglianza di un insetto stecco moderno ad un ramoscello è incredibilmente grande, fino ai più minuscoli dettagli delle false gemme e delle false cicatrici fogliari. Gli uccelli, la cui predazione selettiva ha dato il tocco finale all'evoluzione degli insetti, devono aver avuto, almeno nel complesso, una vista estremamente buona. Devono essere stati estremamente difficili da ingannare, altrimenti gli insetti non si sarebbero evoluti fino ai livelli di mimetismo perfetto che vediamo oggi: sarebbero rimasti in uno stato di mimetismo relativamente imperfetto. Come possiamo risolvere questa contraddizione apparente?
Una possibile risposta suggerisce che la vista degli uccelli si sia evoluta nello stesso arco di tempo evolutivo del mimetismo degli insetti. Forse, per dirla scherzosamente, un insetto ancestrale che somigliava solo per il 5% ad uno stronzo riusciva ad ingannare un uccello ancestrale che aveva solo il 5% di vista. Ma non è questa la risposta che voglio dare. Infatti c'è ragione di credere che l'intero processo di evoluzione del mimetismo, dalla somiglianza remota al mimetismo quasi perfetto, sia avvenuto molte volte indipendentemente, e rapidamente, in diversi gruppi di insetti, durante un periodo in cui la vista degli uccelli è rimasta pressappoco buona come oggi.
[...]
Preferisco un'altra spiegazione. Cioè che, non importa quanto sia buona la vista di un predatore in certe condizioni, essa può essere estremamente mediocre in altre condizioni. In realtà, sulla base della nostra stessa esperienza personale, noi siamo in grado di apprezzare facilmente l'intero ambito di variazione da una vista molto imperfetta a una vista eccellente. Se guardo direttamente un insetto stecco, a 20 centimetri dal mio naso e in piena luce, non me ne lascerò ingannare. Noterò le lunghe zampe che costeggiano la linea del torace e dell'addome. Potrei individuare l'innaturale simmetria che un vero ramoscello non avrebbe. Però se io, con gli stessi occhi e lo stesso cervello, sto camminando in una foresta al tramonto, potrei benissimo non accorgermi di tutti gli insetti scuri sui numerosi rami e ramoscelli. L'immagine dell'insetto potrebbe essere proiettata alla periferia della mia retina, anziché nella parte centrale che è più acuta. L'insetto potrebbe essere lontano 10 metri e proiettare sulla mia retina solo un'immagine minuscola. La luce potrebbe essere così scarsa da non farmi vedere praticamente niente.
In realtà, non importa quanto remota, quanto imperfetta sia la somiglianza di un insetto ad un ramoscello, deve esistere un qualche grado di penombra, o qualche grado di distanza dall'occhio del predatore, o qualche grado di distrazione del predatore, tale che anche un occhio acutissimo verrà ingannato da quella somiglianza remota. Se ciò non vi sembra plausibile per qualche esempio particolare che avete in mente, basta che diminuiate un pochino la quantità di luce nella scena che avete immaginato, o che vi spostiate un po' più lontano dall'oggetto immaginario! Il punto è che più di un insetto fu salvato da una somiglianza incredibilmente piccola a un ramoscello o a una foglia o a un escremento, in un'occasione in cui si trovava molto lontano dal predatore, o in un'occasione in cui il predatore lo stava guardando al tramonto, o attraverso la nebbia, o lo stava guardando mentre era distratto da una femmina ricettiva. E più di un insetto fu salvato, forse dal medesimo predatore, da una somiglianza molto buona a un ramoscello, in un'occasione in cui il predatore lo guardava relativamente da vicino e in buona luce.
La cosa importante nell'intensità della luce, nella distanza dell'insetto dal predatore, nella distanza dell'immagine dal centro della retina, e in tutte queste variabili, è che sono tutte variabili continue. Variano di quantità piccolissime e infinitesimali ricoprendo tutta la gamma, dall'estremo dell'invisibilità all'estremo della visibilità. Queste variabili continue promuovono un'evoluzione continua e graduale.
Il problema di Richard Goldschmidt -- che fu uno di una serie di problemi che lo convinsero ad adottare, nella maggior parte della sua vita professionale, la convinzione estrema che l'evoluzione proceda per grandi balzi piuttosto che per piccoli passi -- si è rivelato un falso problema. E tra parentesi, abbiamo dimostrato ancora una volta a noi stessi che una vista al 5% è meglio dell'assenza di vista. La qualità della mia vista alla periferia della retina è probabilmente ancora meno del 5% della qualità al centro della mia retina, se proprio vogliamo dare una valutazione quantitativa della qualità. Eppure, guardando con la coda dell'occhio, io riesco ancora a percepire la presenza di un grande autocarro o di un autobus. Poiché ogni giorno vado a lavorare in bicicletta, qualche volta questo fatto mi ha probabilmente salvato la vita. Mi accorgo della differenza con i giorni in cui piove e porto un cappello. La qualità della nostra visione in una notte buia dev'essere molto inferiore al 5% di quella che è a mezzogiorno. Eppure più di un nostro progenitore fu salvato probabilmente dall'aver visto qualcosa di realmente importante, come ad esempio una tigre dalle zanne a sciabola, o un precipizio, nel cuore della notte.
Ognuno di noi sa per esperienza personale, conseguita per esempio in notti buie, che esiste una serie continua, graduale, di sfumature infinitesimali, che percorre tutta la gamma dalla cecità totale a una visione perfetta, e che ogni passo avanti in questa serie conferisce benefici significativi. Guardando il mondo attraverso un binocolo progressivamente messo a fuoco, possiamo convincerci facilmente che c'è una serie graduale di qualità della messa a fuoco, dove ogni passo della serie è un miglioramento rispetto al precedente. Se giriamo lentamente la manopola del colore di un televisore, ci convinciamo che c'è una serie graduale di miglioramenti progressivi dal bianco e nero alla visione a colori. Il diaframma dell'iride che apre e chiude la pupilla ci impedisce di essere accecati da una luce viva, mentre ci permette di vedere quando la luce è poca. Tutti sappiamo cosa si prova a non avere il diaframma dell'iride, quando siamo temporaneamente accecati dai fari di un'auto che sopraggiunge. Per quanto spiacevole e pericoloso possa essere quest'accecamento, non significa che l'intero occhio smetta di funzionare! L'affermazione che "l'occhio o funziona interamente o non funziona affatto" risulta essere non solo falsa ma evidentemente falsa per chiunque rifletta per 2 secondi su questa esperienza familiare.
Torniamo alla domanda 5. Considerando ogni membro della serie di X che connettono l'occhio umano all'assenza di occhi, è plausibile che ognuno di essi abbia funzionato abbastanza bene da aiutare la sopravvivenza e la riproduzione degli animali in questione? Ora abbiamo visto la stupidità dell'assunzione anti-evoluzionistica che la risposta sia "ovviamente no". Ma la risposta è sì? E' meno ovvio, ma credo di sì. Non solo è chiaro che una parte di occhio è meglio che niente occhi, ma riusciamo anche a trovare una serie plausibile di strutture oculari intermedie tra gli animali moderni. Questo non significa, naturalmente, che questi intermediari moderni rappresentino davvero i tipi ancestrali. Ma dimostra che delle strutture intermedie sono in grado di funzionare.
(La serie continua qui sul mio nuovo blog)
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Lo Stato liberale

In un passo molto citato del suo messaggio inaugurale, il presidente Kennedy disse: "Non dobbiamo chiederci che cosa il nostro Paese può fare per noi, ma che cosa noi possiamo fare per il nostro Paese". È una prova significativa del clima dei nostri tempi il fatto che le discussioni su questa frase abbiano riguardato essenzialmente la sua origine e non il suo contenuto. In realtà, nessuna delle due alternative esprime una relazione fra il cittadino e il suo governo che sia degna degli ideali di uomini liberi in una società libera. La formula paternalistica "che cosa il nostro paese può fare per noi" implica che il governo è la balia e il cittadino il bambino, concezione che è in contrasto con la fede dell'uomo libero nella propria responsabilità per il proprio destino. La formula organicistica "che cosa possiamo fare per il nostro paese" implica che il governo è il padrone, o la divinità, e il cittadino è il servo o il devoto. Per l'uomo libero, il suo paese è l'insieme degli individui che lo compongono, non un'entità sostanziale che li trascende. Egli è orgoglioso di un comune retaggio e fedele alle comuni tradizioni. Ma egli considera il governo come un mezzo, come uno strumento, non come un ente obbligato a dispensare aiuto e favori, né come un padrone o una divinità che si debba ciecamente venerare e servire. Egli non ammette l'esistenza di un obiettivo nazionale che non sia la convergenza degli obiettivi che i cittadini individualmente perseguono. Egli non ammette l'esistenza di nessun fine nazionale che non sia la convergenza dei fini per i quali i cittadini individualmente si battono.
(Milton Friedman, “Capitalismo e Libertà”)
martedì 19 giugno 2007
Come si evolve un organo complesso

Questo è il terzo post di una serie dedicata al libro di Richard Dawkins "L'orologiaio cieco: come l'evidenza dell'evoluzione rivela un universo privo di un progettista consapevole". La traduzione del libro è mia e differisce da quella in libreria. Per visualizzare tutti i post della serie, fai clic sull'etichetta "L'orologiaio cieco" oppure sull'etichetta "evoluzione", nella colonna laterale del blog.
Riassunto. Nell'episodio precedente Dawkins aveva introdotto il meccanismo con cui nascono gli organi complessi, come l'occhio umano, a partire da uno stato iniziale in cui questi organi non esistono. La risposta è che gli organi si evolvono, nell'arco di milioni di anni, attraverso una lunghissima catena di piccole mutazioni successive, ognuna delle quali è abbastanza piccola da potersi verificare per caso, e ognuna delle quali viene selezionata dalla natura perché conferisce un vantaggio immediato di sopravvivenza all'individuo.
Oggi Dawkins illustra meglio questo meccanismo e comincia a sfatare l'obiezione secondo cui "l'occhio non può essere nato con quel meccanismo, in quanto le primissime mutazioni di quella catena non sarebbero mai state selezionate dalla natura, perché avrebbero prodotto un occhio appena accennato e quasi impercettibile, e quindi non funzionante, che quindi non avrebbe dato alcun vantaggio di sopravvivenza".
La parola a Dawkins.
Capitolo 4.
Come abbiamo visto nel capitolo 2, molte persone trovano difficile credere che qualcosa come l'occhio, l'esempio favorito di Paley, così complesso e ben congegnato, con così tante parti che funzionano in modo interdipendente, possa essere nato a partire da uno stato semplice mediante una serie graduale di minuscoli cambiamenti. Torniamo al problema in luce delle nuove intuizioni [...] del capitolo precedente. Rispondiamo a queste due domande:
1. Può l'occhio umano essere nato direttamente dall'assenza di occhi, in un solo passo?
2. Può l'occhio umano essere nato direttamente da qualcosa di leggermente diverso da sé, qualcosa che potremmo chiamare X?
La risposta alla domanda 1 è chiaramente un 'no' deciso. Le probabilità contro il 'sì' sono molti miliardi di più del numero di atomi dell'universo. Servirebbe un salto enorme, ed enormemente improbabile, attraverso l'iperspazio genetico. La risposta alla domanda 2 è invece chiaramente sì, a patto che la differenza tra l'occhio moderno e il suo immediato predecessore X sia abbastanza piccola. [..] Se la risposta alla domanda 2 è no per una data differenza, tutto ciò che dobbiamo fare è ripetere la domanda con una differenza minore. Continuiamo a far ciò finché troviamo un grado di differenza abbastanza piccolo da dare una risposta affermativa alla domanda 2.
X è definito come qualcosa di molto simile all'occhio umano, così simile che l'occhio umano può plausibilmente esser nato da una singola alterazione di X. Se avete in mente un certo X e non vi sembra plausibile che l'occhio umano possa nascere direttamente da esso, significa semplicemente che avete scelto l'X sbagliato. Rendete la vostra immagine mentale di X sempre più simile a un occhio umano, finché non trovate un X che vi sembra plausibile come predecessore immediato dell'occhio umano. Deve essercene uno che faccia al caso vostro, anche se la vostra idea di cosa è plausibile può essere più o meno temeraria della mia!
Adesso che abbiamo trovato un X tale che la risposta alla domanda 2 è sì, applichiamo la stessa domanda ad X stesso. Con lo stesso ragionamento dobbiamo concludere che X può plausibilmente essere nato, direttamente per un singolo cambiamento, da qualcosa di leggermente diverso, che possiamo chiamare X'. Ovviamente possiamo poi far risalire X' a qualcosa di leggermente diverso, X'', così via. Interponendo una serie abbastanza grande di questi X, possiamo derivare l'occhio umano da qualcosa di non leggermente diverso, ma di molto diverso. Possiamo in altre parole percorrere una grande distanza attraverso lo 'spazio animale', e le nostre mosse saranno plausibili a patto che facciamo dei passi abbastanza piccoli. Ora siamo nella posizione di rispondere a una terza domanda.
3. Esiste una serie continua di X che connettono l'occhio umano moderno a uno stato del tutto privo di occhi?
Mi pare ovvio che la risposta sia sì, a patto che ci concediamo una serie abbastanza lunga di X. Potreste pensare che 1000 X siano molti, ma se vi servono più passi per rendere plausibile l'intera transizione nella vostra mente, concedetevi semplicemente di assumere 10.000 X. E se 10.000 non è abbastanza per voi, concedetevi 100.000, e così via. Naturalmente il tempo disponibile impone un limite superiore a questo gioco, perché può esserci soltanto un X per ogni generazione. Quindi in pratica la domanda si riduce a: c'è stato abbastanza tempo per un numero sufficiente di generazioni successive? Non possiamo dare una risposta precisa al numero di generazioni che sarebbero necessarie. Ciò che sappiamo è che il tempo geologico è spaventosamente lungo. Solo per darvi un'idea dell'ordine di grandezza di cui stiamo parlando, il numero di generazioni che ci separano dai nostri primi antenati si misura certamente in migliaia di milioni. Dati, diciamo, 100 milioni di X, dovremmo poter costruire una serie plausibile di minuscole variazioni che collegano l'occhio umano praticamente a qualunque altra cosa!
Finora, con un processo di ragionamento più o meno astratto, abbiamo concluso che esiste una serie di X concepibili dove ognuno è abbastanza simile ai suoi vicini da potersi realisticamente trasformare in uno dei suoi vicini, e dove l'intera serie collega l'occhio umano all'assenza di occhi. Ma non abbiamo ancora dimostrato che è plausibile che questa serie di X sia esistita davvero. Abbiamo altre due domande a cui rispondere.
4. Considerando ogni membro di questa serie di X ipotetici che connettono l'occhio umano all'assenza di occhi, è plausibile che ognuno di essi sia stato prodotto da una mutazione casuale del suo predecessore?
Questa è in realtà una domanda sullo sviluppo embrionale, non sulla genetica. [...] La mutazione deve lavorare modificando i processi esistenti di sviluppo embrionale. È ragionevole che alcuni tipi di processi embrionali si prestino molto bene a mutare in una certa direzione, ma siano recalcitranti a mutare in altre direzioni. Tornerò su questa questione nel capitolo 11, mentre qui mi limiterò ad enfatizzare di nuovo la differenza tra piccoli e grandi cambiamenti. Più è piccolo il cambiamento che postuliamo, cioè più è piccola la differenza tra X'' e X', e più sarà plausibile la mutazione in questione dal punto di vista embriologico. Nel capitolo precedente abbiamo visto, su basi puramente statistiche, che ogni grande mutazione è intrinsecamente meno probabile di qualunque piccola mutazione [noi abbiamo saltato questa argomentazione, NdM]. Quindi, qualunque problema possa nascere nella domanda 4, possiamo almeno dire che più rendiamo piccola la differenza tra ogni X' e il suo X'', minori saranno i problemi. Ho idea che, a patto che la differenza tra i vicini intermedi della nostra serie che conduce all'occhio sia abbastanza piccola, le mutazioni necessarie si verificheranno quasi inevitabilmente. Dopotutto, stiamo sempre parlando di piccoli cambiamenti quantitativi di processi embrionali esistenti. Ricordate che, per quanto complicato possa essere lo stato attuale in ogni data generazione, ogni cambiamento di questo stato può essere molto piccolo e molto semplice.
Dobbiamo rispondere a un'ultima domanda:
5. Considerando ciascun membro della serie di X che connette l'occhio umano all'assenza di occhi, è plausibile che ognuno di essi abbia funzionato abbastanza bene da aiutare la sopravvivenza e la riproduzione dell'animale in questione?
Cosa piuttosto strana, alcuni hanno pensato che la risposta a questa domanda sia evidentemente no. Per esempio, citando il libro di Francis Hitching del 1982 intitolato "Il collo della giraffa, ovvero dove Darwin si sbagliò". Avrei potuto prendere gli stessi argomenti da qualunque trattato di un testimone di Geova, ma ho scelto questo libro perché un editore rispettabile (Pan Books Ltd) ha ritenuto opportuno pubblicarlo, nonostante la grande quantità di errori che sarebbero stati rapidamente individuati da un laureato in biologia disoccupato, o neppure laureato, se solo gli fosse stato chiesto di dare un'occhiata al manoscritto. [..]
Perché l'occhio possa funzionare, devono verificarsi le seguenti condizioni minime perfettamente coordinate (ce ne sono molte altre che accadono simultaneamente, ma anche una descrizione rozza e semplificata è sufficiente a mettere in luce i problemi della teoria di Darwin). L'occhio deve essere pulito e umido, mantenuto in questo stato dall'interazione fra la ghiandola lacrimale e le palpebre mobili, le cui ciglia fungono anche da rozzo filtro contro il sole. La luce passa quindi attraverso una piccola sezione trasparente del rivestimento protettivo esterno (la cornea) e prosegue attraverso una lente, il cristallino, che la concentra sulla parte posteriore della retina. Qui 130 milioni di bastoncelli e coni sensibili alla luce causano reazioni fotochimiche che trasformano la luce in impulsi elettrici. Circa un miliardo di impulsi elettrici vengono trasmessi ogni secondo, per mezzo di un meccanismo che non è compreso perfettamente, a un cervello che intraprende poi un'azione appropriata.Questo ragionamento degno di nota viene riproposto spesso, presumibilmente perché le persone desiderano credere nella sua conclusione. Consideriamo l'affermazione che "se si verifica un inconveniente anche minimo, [..] se la messa a fuoco non funziona [..] non si forma un'immagine riconoscibile". C'è una probabilità di circa 50% che tu stia leggendo queste parole con gli occhiali. Togliti gli occhiali e guardati in giro. Sei d'accordo che "non si forma un'immagine riconoscibile?". Se sei maschio, c'è una probabilità di 1 su 12 che tu soffra di una forma di acromatopsia o cecità ai colori. Potresti essere astigmatico. Non è improbabile che, senza occhiali, la tua vista sia confusa e annebbiata. Uno dei teorici dell'evoluzione più famosi di oggi [..] si pulisce le lenti così di rado che è improbabile che esca mai fuori da una tale confusione nebulosa, ma pare che se la cavi abbastanza bene e, a quanto dice egli stesso, era solito giocare a squash con un solo occhio. Se ti capita di perdere gli occhiali, forse potrai offendere i tuoi amici non riconoscendoli per strada, ma tu stesso saresti ancora più indignato se qualcuno ti dicesse: "Dal momento che la tua vista non è assolutamente perfetta, tanto vale che tu vada in giro ad occhi chiusi finché non ritrovi gli occhiali". Eppure questo è essenzialmente ciò che sta suggerendo l'autore del passo appena citato.
Ora, è del tutto chiaro che se si verifica un inconveniente anche minimo in questo delicato meccanismo -- se la cornea non è perfettamente trasparente, o la pupilla non riesce a dilatarsi, o il cristallino si opacizza, o la messa a fuoco non funziona -- non si forma un'immagine riconoscibile. L'occhio o funziona completamente o non funziona affatto. Come è dunque possibile che esso si sia evoluto attraverso dei miglioramenti darwiniani, lenti, costanti, infinitamente piccoli? E' davvero plausibile che migliaia e migliaia di mutazioni casuali fortunate si siano verificate per pura coincidenza, così che il cristallino e la retina, che non possono lavorare l'uno senza l'altra, si siano evoluti in sincronia? Quale valore di sopravvivenza potrebbe esserci in un occhio che non vede?
Egli afferma anche, come se fosse una cosa ovvia, che il cristallino e la retina non possono lavorare l'uno senza l'altra. Sulla base di quale autorità? Una donna che conosco bene è stata operata di cataratta a entrambi gli occhi. Non ha più il cristallino in nessuno dei due occhi. Senza occhiali non potrebbe nemmeno provare a giocare a tennis o puntare un fucile. Però mi ha assicurato che se la cava molto meglio con occhi privi di cristallino che senza occhi. Senza cristallino ti rendi conto se stai per sbattere contro un muro, o contro un'altra persona. Un animale selvatico privo di cristallino sarebbe ancora in grado di usare gli occhi per percepire la figura incombente di un predatore e la direzione da cui si avvicina. In un mondo primitivo popolato da creature prive di occhi e da altre con occhi senza cristallino, quelle con occhi senza cristallino avrebbero avuto ogni sorta di vantaggi. Ed esiste una serie continua di X tale che ogni minuscolo miglioramento nella nitidezza dell'immagine, dalla sfocatura nebbiosa alla visione umana perfetta, aumenta plausibilmente le probabilità di sopravvivenza dell'organismo.
Il libro prosegue citando Stephen Jay Gould, il noto paleontologo di Harvard, che dice:
Evitiamo la domanda eccellente "A che cosa serve il 5 per cento di occhio?" rispondendo che il possessore di questo genere di struttura primitiva non la utilizzava per vedere.È vero che un animale primitivo con il 5 percento di occhio avrebbe potuto usarlo per qualcos'altro che la vista, ma mi sembra almeno ugualmente probabile che lo usasse per vedere al 5 per cento. E, sinceramente, non credo che sia una domanda eccellente. Vale benissimo la pena di avere una vista che sia solo il 5 per cento della mia, o della tua, se l'alternativa è la cecità totale. E anche una vista all'1 per cento è meglio della cecità totale. E 6 per cento è meglio di 5, il 7 per cento è meglio di 6, e così via, in una serie graduale e continua.
--
[L'argomentazione di Dawkins non è finita, anzi deve arrivare la parte più sorprendente: non importa quanto impercettibile sia una mutazione, e quanto piccolo sia il vantaggio di sopravvivenza che essa conferisce, essa sarà comunque selezionata dalla natura (a parità di altri fattori). Lo vedremo nel prossimo episodio (leggibile qui).]
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lunedì 18 giugno 2007
Perché l'evoluzione non è casuale

Questo è il secondo post di una serie dedicata al libro di Richard Dawkins "L'orologiaio cieco: come l'evidenza dell'evoluzione rivela un universo privo di un progettista consapevole". La traduzione del libro è mia e differisce da quella in libreria. Per visualizzare tutti i post della serie, fai clic sull'etichetta "L'orologiaio cieco" oppure sull'etichetta "evoluzione", nella colonna laterale del blog.
In questo episodio, Dawkins si rivolge alle persone che credono erroneamente che l'evoluzione sia un fenomeno casuale -- cioè che la teoria dell'evoluzione affermi che i complessi oggetti biologici sono venuti alla luce 'per caso'. Dawkins chiarisce che l'evoluzione è l'esatta antitesi del caso. A tale scopo ci mostra un esempio pratico di evoluzione, dopo il quale sarà evidente al lettore che, sebbene le singole mutazioni siano casuali, il prodotto finale dell'evoluzione è tutt'altro che casuale. Nel finale, Dawkins dà inoltre delle condizioni necessarie perché qualunque tipo di evoluzione possa avere inizio.
Ho saltato per ora la fine del capitolo 1 (in cui Dawkins definisce il concetto di "semplice" e "complesso" e che cosa significa "spiegare" un fenomeno) e il capitolo 2 (in cui Dawkins descrive il sorprendente funzionamento del sonar dei pipistrelli). Andiamo al capitolo 3. La parola a Dawkins.
Capitolo 3. L'accumulazione di piccoli cambiamenti
Abbiamo visto che le cose viventi sono troppo improbabili e troppo meravigliosamente "congegnate" per essere nate per caso. Allora, come sono nate? La risposta, scoperta da Darwin, è che sono nate per mezzo di trasformazioni graduali, passo-passo, a partire da entità primitive abbastanza semplici da poter nascere per caso. In questa serie graduale di cambiamenti successivi, ogni singolo cambiamento è stato abbastanza semplice, rispetto al suo predecessore, da poter nascere per caso. Ma la sequenza intera di questi passi cumulativi costituisce un processo tutt'altro che casuale [..]. Infatti il processo cumulativo è guidato dalla sopravvivenza non casuale. Lo scopo di questo capitolo è illustrare il potere di questa selezione cumulativa come processo non casuale.
Se cammini su e giù per una spiaggia di ciottoli, noterai che i ciottoli non sono disposti in modo casuale. I ciottoli più piccoli tendono a trovarsi in zone circoscritte che corrono per la lunghezza della spiaggia, mentre quelli più grandi si troveranno in zone, o strisce, diverse. Questi ciottoli sono stati ordinati, arrangiati, selezionati. Una tribù che vivesse vicino alla spiaggia potrebbe meravigliarsi di fronte a questa evidenza di ordine del mondo, e potrebbe sviluppare una mitologia per darne conto, magari attribuendo quell'ordine ad un grande spirito nel cielo dotato di una mente ordinata e un senso di rigore. Potremmo sorridere con superiorità di fronte a una simile superstizione, e dir loro che quella disposizione è stata prodotta in realtà dalle cieche forze della fisica, in questo caso dall'azione delle onde. Le onde non hanno nessuno scopo o intenzione, nessuna mente ordinata, anzi nessuna mente e basta. Esse semplicemente rimescolano i ciottoli con forza, e i ciottoli grandi e i ciottoli piccoli rispondono in modo diverso a questo trattamento, così che terminano in posti diversi della spiaggia. Una piccola quantità di ordine è sorta spontaneamente dal disordine, e nessuna mente l'ha pianificata.
Le onde e i sassolini, messi insieme, costituiscono un esempio semplice di sistema che genera automaticamente non-casualità. Il mondo è pieno di sistemi di questo genere. L'esempio più semplice che mi viene in mente è un buco. Solo gli oggetti più piccoli del buco possono passare attraverso di esso. Questo significa che se si parte da un insieme casuale di oggetti sopra al buco, e qualche forza li scuote in modo casuale, dopo un po' gli oggetti sopra il buco e quelli sotto si troveranno ad essere ordinati in modo non casuale. Lo spazio sotto il buco tenderà a contenere oggetti più piccoli del buco, e lo spazio sopra tenderà a contenere oggetti più grandi del buco. L'umanità, naturalmente, ha imparato da tempo a sfruttare questo semplice principio per generare non casualità, con il dispositivo noto come setaccio.
Il sistema solare è un'organizzazione stabile di pianeti, comete e detriti in orbita intorno al sole, ed è presumibilmente solo uno di molti sistemi simili orbitanti nell'universo. Più vicino al sole un satellite si trova, più velocemente esso deve viaggiare per poter contrastare la gravità del sole e rimanere in un'orbita stabile. Per ogni data orbita, c'è soltanto una velocità a cui un satellite può viaggiare e rimanere in quell'orbita. Se stesse viaggiando a qualunque altra velocità, fuggirebbe via nello spazio profondo, oppure precipiterebbe nel sole, oppure si sposterebbe in un'altra orbita. Se guardiamo i pianeti del nostro sistema solare scopriamo che -- guardacaso -- ognuno di loro sta viaggiando esattamente alla giusta velocità per mantenersi in orbita stabile intorno al sole. Si tratta forse di un miracolo o di un disegno provvidenziale? No, è solo un altro "setaccio" naturale. Ovviamente tutti i pianeti che vediamo in orbita intorno al sole devono viaggiare esattamente alla velocità giusta per restare in orbita, altrimenti non li vedremmo, perché non ci sarebbero! Ma è altrettanto ovvio che questa non è evidenza di un disegno consapevole. È solo un altro tipo di setaccio.
Un setaccio di quest'ordine di semplicità non è, da solo, sufficiente a spiegare l'enorme quantità di ordine non casuale che vediamo nelle cose viventi. Non è neppure lontanamente sufficiente. Ricordate l'analogia del lucchetto a combinazione. Il tipo di non-casualità che si può generare con un semplice setaccio è più o meno equivalente ad aprire un lucchetto a combinazione al primo colpo: è facile che avvenga per semplice fortuna. Ma il tipo di non casualità che vediamo nei sistemi viventi è equivalente a un enorme lucchetto a combinazione con un numero di cifre spaventosamente grande, quasi incontabile. Generare una molecola biologica come l'emoglobina, il pigmento rosso del sangue, con un semplice setaccio equivarrebbe a prendere tutti gli aminoacidi costitutivi dell'emoglobina, shakerarli a caso, e sperare che la molecola di emoglobina si ricostituisca per un semplice colpo di fortuna. La quantità di fortuna che sarebbe necessaria per quest'impresa è inconcepibile, ed è stata utilizzata come termine di paragone da Isaac Asimov ed altri.
Una molecola di emoglobina consiste di quattro catene di aminoacidi attorcigliate insieme. Concentriamoci soltanto su una di queste quattro catene. Consiste di 146 aminoacidi. Ci sono 20 differenti tipi di aminoacidi che si trovano comunemente nelle cose viventi. Il numero di modi possibili di disporre 20 tipi di oggetti in catene di lunghezza 146 è un numero inconcepibilmente grande, che Asimov chiamò "il numero dell'emoglobina". È facile da calcolare, ma è impossibile visualizzare la risposta. Il primo anello nella catena di 146 potrebbe essere uno qualunque dei 20 possibili aminoacidi. Il secondo anello potrebbe anche esso essere uno tra 20, così il numero di possibili catene di lunghezza due è 20 x 20, cioè 400. Il numero possibile di catene di lunghezza 3 è 20 x 20 x 20, cioè 8000. Il numero di catene possibili di lunghezza 146 è 20 moltiplicato per se stesso 146 volte. Si tratta di un numero enorme. Un milione è 1 con sei zeri dopo di esso. Un miliardo è un 1 con nove zeri dopo di esso. Il numero che cerchiamo, il numero dell'emoglobina, è circa 1 con 190 zeri dopo di esso. Quindi la probabilità di produrre emoglobina per un semplice colpo di fortuna è 1 su quel numero enorme [quindi è una probabilità piccolissima, NdM]. E una molecola di emoglobina ha solo una piccola frazione della complessità di un corpo vivente. Un semplice setaccio, da solo, non è lontanamente capace di generare la quantità di ordine che si trova in una cosa vivente. Il setacciare è un ingrediente essenziale per generare l'ordine vivente, ma è ben lontano da essere la conclusione della storia. Serve anche qualcos'altro. Per illustrare il punto, dovrà fare una distinzione tra selezione "a passo singolo" e selezione "cumulativa". I setacci semplici che abbiamo considerato fino ad ora in questo capitolo sono tutti esempi di selezione a passo singolo. L'organizzazione vivente è il prodotto della selezione cumulativa.
La differenza fondamentale tra la selezione a passo singolo e la selezione cumulativa è questa: nella selezione a passo singolo le entità che vengono selezionate o ordinate (sassolini o qualunque altra cosa) vengono ordinate una volta per tutte. Nella selezione cumulativa, invece, si "riproducono"; o comunque il prodotto del processo di setacciamento viene in qualche modo dato "in pasto" a una seconda operazione di setacciamento, il cui prodotto viene a sua volta dato in pasto ad una terza, e così via. Le entità vengono sottoposte a selezione o ordinamento per molte "generazioni" successive. Il prodotto finale di ogni generazione di selezione è il punto di partenza per la prossima, e così via per molte generazioni. È naturale che io prenda in prestito parole come "riprodursi" e "generare", che di solito associamo alle cose viventi, perché le cose viventi sono per noi l'esempio principale di cose soggette a selezione cumulativa. [...]
A volte le nuvole, a causa del vento che le spinge e le rimescola in modo casuale, assumono le sembianze di oggetti familiari. C'è una fotografia molto nota, scattata da un pilota di un piccolo aeroplano, che raffigura ciò che sembra un po' il volto di Gesù che spunta fuori dal cielo. Tutti noi abbiamo visto nuvole che ci ricordavano qualcosa -- un cavalluccio marino, ad esempio, o un volto sorridente. Queste somiglianze nascono mediante selezione a passo singolo, cioè in altre parole per una singola coincidenza. Di conseguenza, non sono molto impressionanti. La somiglianza dei segni zodiacali con gli animali di cui portano il nome (scorpione, leone e così via) non è impressionante, come non lo sono le predizioni degli astrologi. Noi non ci sentiamo sconcertati da quella somiglianza, quanto invece siamo sconcertati dalla complessità degli oggetti biologici -- che sono il prodotto della selezione cumulativa. Ad esempio ci appare spettacolare la somiglianza di un insetto foglia ad una foglia, o di una mantide religiosa ad un gruppo di fiori rosa; ma la somiglianza di una nuvola ad una donnola è solo un po' curiosa, e a malapena ci prendiamo la briga di portarla all'attenzione di un amico. Inoltre, tendiamo a cambiare opinione sull'oggetto a cui la nuvola davvero assomiglia.
Amleto. Vedete laggiù quella nuvola che sembra un cammello?
Polonio. Sacripante! E' un cammello davvero!
Amleto. O forse somiglia a una donnola.
Polonio. Infatti, è proprio una donnola.
Amleto. Non pare una balena?
Polonio. Tale e quale a una balena.
Non so chi sia stato il primo a dire che, dato un tempo abbastanza lungo, una scimmia che battesse a caso sui tasti di una macchina per scrivere potrebbe produrre tutte le opere di Shakespeare. La frase cruciale è, ovviamente, "dato un tempo abbastanza lungo". Supponiamo che la scimmia debba produrre non le opere complete di Shakespeare, bensì solo la breve frase "o forse somiglia a una donnola" [METHINKS IT IS LIKE A WEASEL], e noi le faciliteremo il compito dandole una macchina per scrivere con una tastiera ridotta, con le sole 26 lettere (maiuscole) e la barra per gli spazi. Quanto tempo impiegherà la nostra scimmia dattilografa a scrivere quest'unica piccola frase?
La frase comprende 28 caratteri, cosicché supporremo che la scimmia compia una serie di 'tentativi' discreti di 28 battute. Se la scimmia scriverà la frase correttamente, l'esperimento sarà concluso. In caso contrario le permetteremo un altro 'tentativo' di 28 battute. Ora io non conosco scimmie, ma per fortuna mia figlia, che ha 11 mesi, è un ottimo dispositivo generatore di casualità, ed ha accettato con entusiasmo il ruolo di scimmia dattilografa. Ecco cosa ha digitato al computer:
UMMK JK CDZZ F ZD DSDSKSM
S SS FMCV PU I DDRGLKDXRRDO
RDTE QDWFDVIOY UDSKZWDCCVYT
H CHVY NMGNBAYTDFCCVD D
RCDFYYYRM N DFSKD LD K WDWK
HKAUIZMZI UXDKIDISFUMDKUDXI
Mia figlia ha anche altri impegni importanti, per cui sono stato costretto a programmare il computer per simulare l'opera di un bambino piccolo o una scimmia che battessero a caso sulla tastiera:
WDLDMNLT DTJBKWIRZREZLMQCO P
Y YVMQKZPGJXWVHGLAWFVCHQYOPY
MWR SWTNUXMLCDLEUBXTQHNZVIQF
FU OVAODVYKDGXDEKYVMOGGS VT
HZQZDSFZIHIVPHZPETPWVOVPMZGF
GEWRGZRPBCTPGQMCKHFDBGW ZCCF
E così via. Non è difficile calcolare quanto tempo dovremo ragionevolmente attendere perché il computer (o il bambino piccolo o la scimmia) con questo sistema casuale produca la frase METHINKS IT IS LIKE A WEASEL. Si pensi al numero totale dei frasi possibili della lunghezza corretta che la scimmia o il bambino o il computer potrebbero digitare. È lo stesso tipo di calcolo che abbiamo fatto per l'emoglobina, e produce un risultato similmente grande. Nella prima posizione ci sono 27 lettere possibili (considerando anche lo spazio come una lettera). Quindi la probabilità che la scimmia azzecchi subito la prima lettera, la M, è una su 27. La probabilità di azzeccare le prime due lettere - ME - è uguale alla probabilità di azzeccare la prima lettera, moltiplicata per la probabilità di azzeccare la seconda lettera (la E). Abbiamo perciò (1/27) x (1/27), che fa 1/729. La probabilità che la scimmia azzecchi la prima parola (METHINKS) è 1/27 per ciascuna delle otto lettere, cioè (1/27) x (1/27) x (1/27) .... x (1/27) eccetera, otto volte, cioè 1/27 all'ottava potenza. La probabilità che azzecchi l'intera frase di 28 lettere è 1/27 alla ventottesima potenza, cioè 1/27 moltiplicato per se stesso 28 volte. Questa è una probabilità molto piccola, circa uno su 10.000 milioni di milioni di milioni di milioni di milioni di milioni. Servirebbe molto tempo per ottenere la frase che cerchiamo, per non parlare di battere a macchina le opere complete di Shakespeare.
Quanto detto vale però quando selezioniamo variazioni casuali con un singolo passo. Che dire della selezione cumulativa? Quanto è più efficace questo genere di selezione? La risposta è: molto, molto più efficace, forse più di quanto possiamo renderci conto a prima vista, anche se, a rifletterci sopra un po' di più, si vede che è una cosa quasi ovvia. Usiamo di nuovo la nostra scimmia computerizzata, ma con una differenza determinante nel suo programma. La scimmia comincia anche qui scegliendo una sequenza casuale di 28 lettere, esattamente come nel primo esperimento:
WDLMNLT DTJBKWIRZREZLMQCO P
Ma stavolta la scimmia "fa riprodurre" questa frase casuale. Ne fa tante copie, ma con una certa probabilità di errore casuale -- mutazione -- nell'operazione di copiatura. Poi, il computer esamina le varie frasi mutanti (i 'figli' della frase originale) e sceglie quella che somiglia di più, anche di pochissimo, alla frase che costituisce il nostro obiettivo, METHINKS IT IS LIKE A WEASEL. Il caso ha voluto che la frase scelta per la prossima 'generazione' fosse:
WDLTMNLT DTJBSWIRZREZLMQCO P
Non è un miglioramento così evidente! Ma la procedura viene ripetuta: di nuovo dei 'figli' mutanti vengono 'fatti nascere' dalla frase, e viene scelto un nuovo 'vincitore'. Questo prosegue generazione dopo generazione. Dopo 10 generazioni, la frase scelta per 'riprodursi' era:
MDLDMNLS ITJISWHRZREZ MECS P
Dopo 20 generazioni era:
MELDINLS IT ISWPRKE Z WECSEL
A questo punto, con un po' di buona volontà possiamo vedere una somiglianza alla frase che è il nostro obiettivo. Alla generazione 30 non può esserci dubbio:
METHINGS IT ISWLIKE B WECSEL
La generazione 40 ci porta ad una sola lettera dall'obiettivo:
METHINKS IT IS LIKE I WEASEL
E l'obiettivo fu finalmente raggiunto alla generazione 43. Una seconda esecuzione del programma al computer cominciò casualmente con la frase:
Y YVMQKZPFfXWVHGLAWFVCHQXYOPY
E passò attraverso (di nuovo sto riportando solo una rigenerazione ogni 10):
Y YVMQKSPFTXWSHLIKEFV HQYSPY
YETHINKSPITXISHLIKEFA WQYSEY
METHINKS IT ISSLIKE A WEFSEY
METHINKS IT ISBLIKE A WEASES
METHINKS IT ISJLIKE A WEASEO
METHINKS IT IS LIKE A WEASEP
E raggiunse la frase obiettivo alla generazione 64. Una terza esecuzione del programma cominciò casualmente con
GEWRGZRPBCTPGQMCKHFDBGW ZCCF
E raggiunse METHINKS IT IS LIKE A WEASEL in 41 generazioni di riproduzione selettiva.
Non importa il tempo esatto impiegato la computer per raggiungere l'obiettivo. [L'operazione richiese qualche minuto.] Ciò che conta è la differenza tra il tempo impiegato dalla selezione cumulativa, e il tempo che lo stesso computer impiegherebbe per raggiungere l'obiettivo se fosse costretto a usare la selezione a passo singolo: circa un milione di milioni di milioni di milioni di milioni di anni. E questo è un milione di milioni di milioni di volte più dell'età dell'universo. In realtà sarebbe più giusto dire che, in confronto al tempo necessario perché una scimmia o un computer programmato a caso digiti la nostra frase obiettivo, l'età complessiva dell'universo è una quantità piccolissima e trascurabile [..]. Invece il tempo impiegato dal computer funzionando sempre a caso ma con il vincolo di operare una selezione cumulativa è una quantità del tutto comprensibile per gli esseri umani, cioè tra 11 secondi e il tempo necessario per pranzare.
Quindi c'è una grande differenza tra la selezione cumulativa (in cui ogni miglioramento, per quanto minuscolo, viene usato come base per la selezione futura), e la selezione a passo singolo (in cui ogni tentativo ricomincia da zero). Se il progresso evolutivo avesse dovuto affidarsi alla selezione a passo singolo, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Se tuttavia le condizioni necessarie per la selezione cumulativa vengono prodotte dalle cieche forze della natura, le conseguenze sono strane e meravigliose. Si dà il caso che proprio questo sia successo su questo pianeta, e noi stessi siamo la più recente, se non la più strana e meravigliosa, di queste conseguenze.
È sorprendente che ancora oggi dei calcoli come quello dell'emoglobina vengano usati come se fossero argomenti contro la teoria di Darwin. Le persone che fanno questo, spesso esperte in campi come l'astronomia o altro, sembrano credere sinceramente che il darwinismo spieghi l'organizzazione vivente in termini del puro caso -- cioè selezione a passo singolo. Questa credenza che l'evoluzione darwiniana sia 'casuale' non è soltanto falsa. È l'esatto opposto della verità. Il caso è un ingrediente secondario nella ricetta darwiniana. L'ingrediente più importante è la selezione cumulativa che è crucialmente non casuale. Le nuvole non sono capaci di innescare una selezione cumulativa. Non c'è alcun meccanismo per cui le nuvole di una certa forma possono produrre delle nuvole figlie somiglianti al genitore. Se esistesse un tale meccanismo, se una nuvola che assomiglia a una donnola o a un cammello potesse dar luce a una discendenza di altre nuvole più o meno della stessa forma, la selezione cumulativa avrebbe l'opportunità di prendere il via. Naturalmente di tanto in tanto le nuvole si dividono e formano nuvole 'figlie', ma questo non basta per la selezione cumulativa. È anche necessario che i figli di ogni data nuvola assomiglino al 'genitore' più di quanto somigliano a ogni altra nuvola nella 'popolazione'. Questo punto di importanza fondamentale è apparentemente frainteso da alcuni dei filosofi che, negli anni recenti, si sono interessati alla teoria della selezione naturale. Inoltre la probabilità che una nuvola sopravviva e produca copie di se stessa deve dipendere dalla sua forma. Forse in qualche distante galassia queste condizioni si sono verificate, ed il risultato, se sono passati abbastanza milioni di anni, è qualche forma di vita sfuggente ed eterea.
(continua qui)
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sabato 16 giugno 2007
Perché Dio non esiste. L'Orologiaio Cieco

Oggi sappiamo che non esiste alcun Dio, nel senso di progettista consapevole. Non esiste alcun essere intelligente che ha concepito nella sua mente, intenzionalmente e consapevolmente, gli uomini, le piante, gli animali, e in generale la vita nell'universo.
Questo è il primo post di una serie dedicata al libro di Richard Dawkins "L'orologiaio cieco: come l'evidenza dell'evoluzione rivela un universo privo di un progettista consapevole", e il quindicesimo di una serie dedicata alla teoria dell'evoluzione. Per visualizzare tutti i post della serie, fai clic sull'etichetta "L'orologiaio cieco" oppure sull'etichetta "evoluzione", nella colonna laterale del blog.
La parola a Dawkins.

Capitolo 1. Spiegare il molto improbabile
Noi animali siamo le cose più complicate nell'universo noto. [..] Le cose complicate, da dovunque provengano, meritano un tipo molto speciale di spiegazione [perché non possono aver avuto origine per caso, né sono una conseguenza ovvia delle leggi della fisica, NdM]. Vogliamo sapere come sono venute ad esistere e perché sono così complicate. Come sosterrò, la spiegazione è molto probabilmente la stessa per tutte le cose complicate presenti nell'universo: per noi, per gli scimpanzé, per i vermi, per le querce e per i mostri dallo spazio profondo. D'altra parte, non sarà la stessa per le cose che chiamerò "semplici", come le rocce, le nuvole, i fiumi, le galassie e i quark.
[.....]
Noi vogliamo sapere perché esistiamo, e perché esistono tutte le altre cose complicate. E oggi possiamo rispondere a questa domanda in termini generali.
[..]
Che dire dei nostri corpi? E' evidente che ognuno di noi è una macchina, come un aereo di linea, solo molto più complicata. Siamo forse stati ideati anche noi su una specie di lavagna, e le nostre parti sono forse state assemblate da un acuto ingegnere? La risposta è no. È una risposta sorprendente, e la conosciamo soltanto da un secolo circa. Quando Charles Darwin risolse la questione la prima volta, molte persone non vollero o non riuscirono a capire. Io stesso mi rifiutai fermamente di credere alla teoria di Darwin quando la udii per la prima volta da bambino. Quasi tutti nel corso della storia, fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo, hanno creduto fermamente nel suo opposto -- la teoria del Progettista Consapevole [o "disegno intelligente", NdM]. Molte persone credono ancora oggi in quest'ultima, forse perché la vera spiegazione della nostra esistenza, quella darwiniana, non è ancora una parte obbligatoria dei programmi scolastici, ed è largamente fraintesa.
L'orologiaio del mio titolo è preso in prestito da un famoso trattato del teologo del diciottesimo secolo William Paley. La sua opera "teologia naturale -- o evidenza dell'esistenza e degli attributi della divinità tratte dalle sembianze della natura", pubblicata nel 1802, è la più nota esposizione dell' "argomento del disegno intelligente", che è sempre stato l'argomento più influente in favore dell'esistenza di Dio. È un libro che io ammiro fortemente, perché in quei tempi l'autore è riuscito a fare ciò che io mi sforzo di fare adesso. [..] Aveva una giusta riverenza verso la complessità del mondo vivente, e capiva che questa complessità richiede un tipo molto speciale di spiegazione. L'unica cosa che sbagliò -- beh, non proprio una quisquilia! -- fu la spiegazione stessa. Egli diede la risposta religiosa tradizionale al rompicapo in questione, ma la articolò in modo più chiaro e convincente di chiunque altro prima di lui. La spiegazione vera è completamente diversa, e avrebbe dovuto attendere l'arrivo di uno dei pensatori più rivoluzionari di tutti i tempi, Charles Darwin.
Paley comincia il suo "teologia naturale" con un famoso passaggio:
Attraversando una brughiera, supponiamo che io urti il piede contro una pietra, e che qualcuno mi chieda in che modo la pietra sia venuta a trovarsi lì. Io potrei forse rispondere che, per quanto ne so, quella pietra potrebbe anche essere lì da sempre [..]. Supponiamo però che io trovi al suolo un orologio, e che mi venga chiesto in che modo l'orologio si trovasse lì. Io non potrei certo dare la risposta di prima, cioè che, per quanto ne so, l'orologio potrebbe essere lì da sempre.Paley dimostra di saper apprezzare la differenza tra gli oggetti fisici naturali, come le pietre, e gli oggetti pensati e prodotti da un artefice, come gli orologi. Egli prosegue illustrando la precisione con cui sono costruiti gli ingranaggi e le molle di un orologio e la complessità con cui sono montati. Se noi trovassimo in una brughiera un oggetto come un orologio, anche se non sapessimo in che modo esso avesse avuto origine, la sua stessa precisione e l'intricatezza del suo progetto ci costringerebbero a concludere
che l'orologio deve aver avuto un artefice: che deve essere esistito, in qualche tempo e in qualche posto, un artefice, o degli artefici, che lo crearono in vista dello scopo al quale noi vediamo che effettivamente risponde, che ne comprendevano la struttura e ne idearono l'uso.
Nessuno potrebbe ragionevolmente dissentire da questa conclusione. Paley insiste però che è proprio questo che l'ateo fa, quando contempla le opere della natura, poiché
ogni indicazione di inventiva, ogni manifestazione di un disegno intelligente che esistono nell'orologio esistono anche nelle opere della natura; con la differenza che la natura mostra queste cose con grandezza molto maggiore, fuori dalla portata di ogni calcolo.
Paley dimostra la sua tesi con belle e riverenti descrizioni del meccanismo della vita, che egli esamina molto attentamente, a cominciare dall'occhio umano; l'occhio è uno degli esempi preferiti in questo genere di argomentazioni, esempio che sarebbe stato usato in seguito anche da Darwin e che riappare nell'intero corso di questo libro. Paley paragona l'occhio a uno strumento progettato dall'uomo, come un telescopio, e conclude che "si dimostra esattamente nello stesso modo che l'occhio è stato costruito per vedere e che il telescopio è stato costruito per aiutare l'occhio". L'occhio deve avere avuto un progettista consapevole, esattamente come il telescopio.
L'argomentazione di Paley viene condotta con appassionata sincerità e si avvale delle migliori conoscenze biologiche del tempo, ma è sbagliata, clamorosamente e completamente sbagliata. L'analogia fra il telescopio e l'occhio, fra l'orologio e l'organismo vivente, è falsa. Nonostante tutte le apparenze dicano il contrario, l'unico orologiaio in natura sono le cieche forze della fisica, sebbene impiegate in un modo molto speciale. Un vero orologiaio ha la lungimiranza, la capacità di prevedere: progetta i suoi ingranaggi e le sue molle e pianifica le loro interconnessioni avendo in mente uno scopo futuro. Invece la selezione naturale, quel processo cieco, inconsapevole, automatico, che fu scoperto da Darwin e che oggi sappiamo essere la spiegazione dell'esistenza e dello scopo apparente di tutte le forme di vita, non ha in mente alcuno scopo. Anzi non ha alcuna mente, né alcuna forma di coscienza. Non fa progetti per il futuro. Non ha una visione, non ha capacità di previsione, non ha alcun tipo di vista. Se si può dire che essa svolge il ruolo di orologiaio in natura, allora è un orologiaio cieco.
Spiegherò tutto questo e molto altro. Ma una cosa che non farò è sminuire il senso di meraviglia verso gli "orologi" viventi che ispirò tanto Paley. Al contrario, cercherò di illustrare la mia sensazione che Paley avrebbe potuto spingersi oltre. Quando si tratta di provare stupore e meraviglia per gli "orologi" viventi, io non mi sento secondo a nessuno. Sento di avere più in comune con il reverendo William Paley che con il ben noto filosofo moderno, ed ateo, con cui una volta discussi la questione a cena. Io dissi che non riuscivo a immaginare come si potesse essere atei prima del 1859, quando fu pubblicata "l'origine della specie" di Darwin. "E che mi dici di Hume?", rispose il filosofo. "In che modo Hume spiegò la complessità organizzata del mondo vivente?", domandai io. "Non la spiegò", rispose il filosofo. "Perché mai dovrebbe richiedere una spiegazione speciale?"
Paley sapeva che richiedeva una spiegazione speciale; Darwin lo sapeva, e sospetto che nel profondo del suo cuore lo sapesse anche il mio amico filosofo. In ogni caso è questo il compito che io mi propongo qui. Quanto a David Hume, a volte si dice che il grande filosofo scozzese liquidò l'argomento del disegno intelligente un secolo prima di Darwin. Ma il contributo di Hume si ridusse semplicemente a criticare la logica di usare il disegno apparente in natura come una prova positiva a sostegno dell'esistenza di un Dio. Egli non offrì alcuna spiegazione alternativa del disegno apparente, ma lasciò aperto il problema. Un ateo prima di Darwin avrebbe potuto dire, seguendo Hume: "Io non ho alcuna spiegazione per il complesso disegno biologico. Tutto ciò che so è che Dio non è una buona spiegazione, per cui dobbiamo attendere e sperare che qualcuno ne trovi una migliore". Io non posso fare a meno di pensare che una tale posizione, per quanto logicamente sana, non potesse essere soddisfacente e che, per quanto l'ateismo possa essere stato logicamente sostenibile prima di Darwin, soltanto Darwin abbia creato la possibilità di adottare un punto di vista ateo con piena soddisfazione intellettuale.
(continua qui)
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